
Il paradiso non può attendere e noi non possiamo attenderlo.
Siamo ritornati a Torino da tre giorni e gia la quotidianità ci opprime.
Una realtà fatta di brutalità, sopprusi e delitti ci accoglie a braccia aperte e l'apatia prende possesso delle nostre povere menti voraci di montagna.
Così lo sconforto ci fa ancora una volta correre in montagna a ricercare l'unico modo di vivere che ci rende felici.
Optiamo per la via ferrata di Camoglieres un luogo ameno che abbiamo gia avuto modo di conoscere per la sua falesia.
Partiamo nel grigio della città ed arriviamo col cielo turchino della Val Maira.
Nemmeno un pittore fiammingo sarebbe stato in grado di distinguere così nettamente i due ambienti.
Attacchiamo subito, come due automi di fronte all'unica cosa che hanno imparato a fare.
Il primo tratto è faticoso ma dolce per noi che col sudore buttiamo fuori l'amarezza di vivere in un posto che non t'appartiene.
Molti pioli aiutano nella progressione ed ogni tanto qualche spit rosso indica delle vie d'arrampicata nelle pareti adiacenti.
La ferrata si dipana su cinque torrioni l'uno più bello dell'altro composti di calcare prima grigio scuro poi chiarissimo.
La sommità, la crocetta soprana, che inzialmente appare così lontana, quasi un miraggio la raggiungiamo troppo presto.
E troppo presto siamo gia in città a scontare le nostre pene d'esser diversi.
D'amare la montagna e non la tecnologia o chissa cos'altro.
Anch'io come quel famoso registra dedico il mio blog:
A chi sta fuggendo...
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